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Cultura » L'economia tradizionale

L'economia tradizionale

Il modello agro-pastorale


I primi abitanti di Sauris venivano da una zona molto simile a quella che colonizzarono. Anche nella nuova comunità essi vissero delle attività caratteristiche del sistema agropastorale alpino. Le risorse offerte dal territorio permisero lo sviluppo di un’economia relativamente autonoma.
I boschi della vallata fornivano il legno per costruire case, stalle e fienili, attrezzi agricoli, carri, utensili e arnesi da lavoro.
I prati venivano sfruttati per le coltivazioni, ma soprattutto per il foraggio, poiché l’allevamento e la produzione di latticini erano l’attività principale. Il fieno dei prati più vicini era portato direttamente nei fienili, quello più lontano, conservato temporaneamente in piccoli fienili di mezza costa (hitn), veniva recuperato e trasportato in paese con le slitte durante l’autunno. Nei mesi estivi il bestiame veniva portato nei ricchi pascoli d’alta quota, secondo la consuetudine dell’alpeggio. Nelle settimane precedenti l’alpeggio si lasciava pascolare liberamente il bestiame nei prati vicini ai paesi, e poi in quelli di mezza costa, dove le famiglie si trasferivano per qualche settimana negli stàvoli (anschichtn), rustici con annessa abitazione. Lo stesso poteva avvenire al ritorno dall’alpeggio, se la stagione era buona.
Per le coltivazioni furono privilegiate le poche specie alimentari adatte ai climi rigidi e con tempi di maturazione brevi. Nei campi vicini ai paesi si coltivava orzo (gerste), segale (rouke), avena (hober), grano saraceno (hadn), rape (ruebn), barbabietole (piesslburzn), fave (poan), cavoli cappucci (kheipflan), ma anche lino (hoor) e canapa (henaf) che, assieme alla lana fornita dalle pecore, venivano filati e tessuti in loco.

Il baratto e il commercio

A piedi o con i carri o le slitte a barattare i propri prodotti


Per procurarsi i generi alimentari non disponibili sul posto (in particolare il sale, indispensabile alla conservazione dei cibi), i Saurani, quando non erano impegnati nei lavori agricoli e negli alpeggi, si recavano a piedi, coi carri o con le slitte nei paesi vicini a barattare o a vendere i propri prodotti. Fulgenzio Schneider descrisse efficacemente questo sistema di scambio: «Venne così ad aprirsi il commercio per la esportazione dei prodotti latticini e l’importazione dei cereali, e questo maneggio era già venuto al suo colmo verso il 1870. […] Il cambio delle merci viene fatto la maggior parte nel tempo invernale ed i trasporti effettuati con sclitte ed a spalle di uomini, di donne e fanciulli ed ordinariamente il lunedì di ogni settimana era per tutti il giorno fissato. Seguivano delle lunghe file di gente come processioni, che partivano da Sauris poco dopo la mezzanotte, coi lumi accesi per illuminare il faticoso monte Pura. Non viene tenuto conto del freddo né della caduta di neve se non era troppo forte, e molto meno se il sentiero non era ben fatto, perché la necessità costringeva di affrontare qualunque pericolo per fornirsi di un po’ di grano, e specialmente anche per accontentare i mercanti di Ampezzo che arroganti aspettavano la portata del burro». Queste condizioni andarono migliorando tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, con l’istituzione di due latterie sociali e dell’Unione Cooperativa di Produzione e Consumo di Sauris (1920), che permise la commercializzazione dei prodotti su più vasta scala e l’importazione a prezzi più vantaggiosi.

L’emigrazione

All'estero per lavorare


Un’occasione di contatto con l’esterno fu rappresentata anche dall’emigrazione stagionale. Per integrare la magra economia familiare, negli ultimi secoli molti uomini si recavano fuori paese, dall’autunno alla primavera, ritornando in estate per aiutare nei lavori dei campi e nella fienagione. Andavano a fare i tessitori e i sarti nella pianura friulana e veneta, o i boscaioli e i falegnami in Austria, o i muratori in Germania, Svizzera, Francia.

L'artigianato

Intaglio, lavorazione del legno e tessitura


La necessità di essere il più possibile autosufficienti constringeva gli abitanti di Sauris ad ingegnarsi per realizzare sul posto i principali manufatti di uso quotidiano. L’intaglio e la lavorazione del legno erano praticati dalla maggioranza degli uomini, che nei mesi invernali si dedicavano ai lavori di carpenteria e alla costruzione e riparazione di attrezzi, mobili, utensili. I più abili ricavavano dal legno d’acero o di ontano gli oggetti che richiedevano perizia nel lavoro d’intaglio, come le dàlmine (gli zoccoli di legno, in saurano khöispn) e le maschere carnevalesche. Un alto livello di specializzazione era richiesto anche nell’attività dei fabbri, dei tessitori e dei sarti. In ogni frazione esisteva una fucina (schmite), nella quale il fabbro forgiava le parti in ferro degli attrezzi e dei mezzi di trasporto (carri, slitte). Questo artigiano svolgeva anche le funzioni del maniscalco. I capi di abbigliamento e di biancheria venivano confezionati interamente in valle. Le donne preparavano i filati (lino e canapa coltivati in loco, lana). La tessitura, invece, era un’attività artigianale tradizionalmente maschile. Fino alla metà del ’900 furono attivi diversi tessitori, che producevano le stoffe affidate poi alle mani dei sarti (per gli abiti maschili) o delle donne (per quelli femminili e dei bambini). Fino all’inizio del ’900 funzionarono anche alcuni opifici idraulici che sfruttavano la ricchezza di corsi d’acqua della vallata: mulini, segherie, teleferiche.

Lo sfruttamento boschivo

I boschi banditi


Nel 1420 il Friuli passò sotto la dominazione della Repubblica di Venezia. Da quel momento anche i boschi di Sauris furono ampiamente sfruttati per procurare legname agli arsenali della città lagunare. Le attività di disboscamento, trasporto e lavorazione del legname crearono opportunità di lavoro, richiamando manodopera anche da fuori. Alle famiglie originarie si aggiunsero così nuovi abitanti, come dimostrano i cognomi di origine diversa da quella germanica.

Durante il dominio veneziano il grande fabbisogno di legname della città lagunare per il proprio arsenale e per le altre necessità spinse la Serenissima a regolamentare l’utilizzo del patrimonio boschivo delle province ad essa soggette. In Carnia furono banditi 47 boschi, riservati esclusivamente all’arsenale veneziano e sottoposti al controllo di funzionari. Nel territorio di Sauris di boschi banditi ce ne sono tre.

CULTURA E TRADIZIONI

Sauris è uno tra i borghi più affascinanti della Carnia, non solo per il suo paesaggio, circondato da boschi, prati e pascoli verdissimi, ma anche per la sua ricchezza e unicità culturale, tant’è che spesso viene definito “Un’isola tra le montagne”.

Un’isola dal punto di vista linguistico: a Sauris, infatti, si parla ancora oggi una lingua antica e particolarissima, di influenza tedesca. E un’isola anche dal punto di vista culturale, a partire dalle feste tradizionali incentrate su mitici personaggi del passato fino all’architettura del borgo, caratterizzata da case costruite in legno e pietra con una tecnica unica rispetto agli altri paesi della montagna del Friuli Venezia Giulia.
Arte nel borgo

piede

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